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Inclusi, il podcast con Rossella Pivanti: “Il microfono una finestra sull’inclusione”

Cinque puntate. Cinque storie inclusive. “Storie di ogni giorno, storie di tutti, storie di impegno per un mondo sempre più simile a ognuno di noi”. All’interno del progetto nazionale “Inclusi. Dalla scuola alla vita. Andata e ritorno” coordinato dal nostro socio Consorzio Consolida con 50 partner tra Trentino, Lombardia, Campania, Marche e Lazio, è stato realizzato un podcast sull’inclusione di bambini e ragazzi con disabilità e bisogni educativi speciali. Lo ha condotto Rossella Pivanti, branded podcaster producer. L’abbiamo intervistata.

Ciao Rossella, raccontaci chi sei e cosa fai? 

Sono Rossella Pivanti e sono audio producer specializzata in podcast. Il mio lavoro consiste nello sviluppare progetti podcast e digital audio dall’inizio alla fine. Lavoro sia per grandi aziende e multinazionali che con enti del terzo settore. Recentemente ho fondato, con la mia socia, l’etichetta indipendente Baby Hurricane per produrre le migliori storie sconosciute e indipendenti, ma con la qualità delle più grandi produzioni.

Come sei arrivata a fare questo lavoro?

Ho iniziato come sceneggiatrice freelance dopo l’Università per approdare in radio come programmatrice a tempo pieno. Dopo 7 anni di radio ho deciso di aprire uno studio di registrazione e dal 2017 mi occupo esclusivamente di podcast.

Ad oggi in Italia il fenomeno del podcast ha raggiunto 12 milioni di ascoltatori (il 39% della popolazione) – dati IPSOS 2024. Cosa offre in più questo contenuto rispetto ad altri per comunicare in maniera efficace? 

Il podcast, più di ogni altro mezzo, crea relazione. La base su cui si fondano le relazioni sono il tempo e la fiducia. Il podcast permette di avere dei tempi più dilatati rispetto a Instagram o altre piattaforme. L’ascolto medio in Italia è di 40 minuti (IPSOS 2024) arrivando anche a picchi di ascolto medio anche di 2 ore giornaliere. Questo perché, a differenza degli altre media, non si impone sulle nostre attività ma le accompagna. Possiamo continuare a fare ciò che stavamo facendo mentre ascoltiamo un podcast, anzi, diventa tutto più piacevole. La fiducia è alla base della costruzione di relazioni sane e durature e il podcast è il mezzo che più di tutti è considerato affidabile e sincero.

All’interno del progetto “Inclusi” ti sei occupata di girare tutta l’Italia e hai raccontato diverse storie tutte diverse tra loro, secondo te cosa accomuna tutti questi racconti? 

Le storie, le testimonianze e i racconti raccolti per la serie podcast “Inclusi” hanno in comune il fatto di non appartenere al mainstream: difficilmente in televisione o negli altre media sentiamo queste storie. Sono storie grandi, nel loro essere “piccole” e con un impatto profondo, ma che non trova spazio nell’agenda dei media, perchè spesso sono storie “scomode”, che hanno bisogno di tempo, cura e attenzione e questa serie podcast ha reso loro giustizia.

I nostri protagonisti molte volte fanno fatica a raccontarsi, tu come ci sei riuscita? 

C’erano persone con fragilità che hanno trovato il proprio modo di esprimersi, a volte con frasi più brevi, a volte un po’ più sconnesse, ma che, al di là della forma, permettevano di comprendere lo sforzo che queste persone facevano per connettersi con l’ascoltatore. Il microfono è una finestra e dalla finestra si possono mostrare tante cose e così è stato per tanti di loro. C’è chi aveva difficoltà, c’è chi era esuberante e chi inizialmente era timido. Tutte queste persone hanno trovato il proprio registro e il proprio modo di esprimersi senza essere forzate ad aderire a canoni di comunicazione standard che li vorrebbe sempre perfetti e performanti.

Come si fa a raccontare storie cosi delicate, intime senza invadere la privacy?

Per prima cosa bisogna mettersi in silenzio e in ascolto. Quando mi avvicino a storie così delicate, non ho nessun tipo di preconcetto o pregiudizio: non mi pongo il problema della forma o di giudicare se quello che dicono sia giusto o sbagliato. La storia è la loro e solo loro sanno cosa vogliono dire e come. E’ molto importante che la persona che parla al microfono comprenda poi che quel contenuto sarà diffuso in rete perchè tante volte si crea una confidenza tale per cui le persone raccontano anche “di più” di quanto non farebbero normalmente. E’ il mio compito quello di far comprendere che quel contenuto sarà diffuso ed essere certa che loro comprendano. Troppe volte ascolto podcast in cui viene detto, anche velatamente, all’ascoltatore cosa deve pensare su quell’argomento. Io invece voglio che la storia e chi la racconta parlino per loro stessi. Non dobbiamo essere noi narratori a dire al pubblico cosa pensare, se le voci sono sincere e il contenuto è vero. Dall’altro, come dicevo prima, è fondamentale tutelare chi mi concede il lusso della propria storia, facendo comprendere dove e come quella storia sarà diffusa.

Ci lasci tre consigli su come noi che lavoriamo nella cooperazione possiamo fare buon uso di questo strumento? 

Con piacere. Non fatevi problemi, che l’ascoltatore non si farà! Troppe volte si pensa che le nostre storie non interessino a nessuno o che, peggio, non abbiamo nulla da raccontare. La cooperazione è fatta di storie che riguardano tutti e tutte noi. Tiratele fuori! Ci sono progetti per tutti i budge. Capisco che il tema del budget nel terzo settore sia ancora più delicato che altre situazioni private o commerciali. Ma tutti i progetti possono essere modulati sulla base di ciò che si vuole e si può anche produrre qualcosa internamente, a costi molto bassi, se lo si desidera. Non fatevi fermare da questo aspetto. Questo è il momento giusto! I podcast stanno vivendo un grande boom e questo è il momento giusto per comunicare con questo mezzo che più di altri ci permette di andare al di là delle logiche social che relegano sempre i nostri contenuti a foto shock e video da 15 secondi, che purtroppo portano a tante storture nella percezione del terzo settore e della sua utenza. Questo è il momento storico in cui le persone si stanno abituando a vivere le storie con più calma, a fruirle con l’attenzione che meritano e sarebbe un peccato farselo sfuggire.

Il progetto Inclusi è selezionato da Impresa sociale Con i bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto alla povertà educativa minorile.

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Una pizzeria e un chiosco sull’Etna. La ristorazione inclusiva e sostenibile di Sustanza

Caso studio al Social Interprise Open Camp 2024, vi presentiamo l’impresa sociale Sustanza, fondata nel 2019 da nostro socio Consorzio Il Nodo. Con un ristorante ad Acireale e un punto ristoro sull’Etna, Sustanza sta contribuendo a rivoluzionare il concetto di ristorazione, trasformando il cibo in un potente strumento di inclusione sociale e sostenibilità. Ne abbiamo parlato con Irene Tribulato, referente Settore Progettazione e Sviluppo de Il Nodo.

Da dove nasce il progetto Sustanza?
L’impresa sociale “Sustanza” nasce nel 2019, dall’esperienza di cooperazione sociale del Consorzio di cooperative sociali “Il Nodo”, operante a Catania e Acireale dal 2000, in particolare con la gestione di servizi di I e II accoglienza di stranieri adulti e MSNA. Sustanza nasce dal desiderio di creare un’opportunità concreta di riscatto del territorio e delle persone, l’impresa sociale vista come strumento per realizzare sogni e progetti con l’intenzione di farlo nel nostro territorio, in Sicilia, a Catania.

Dall’analisi di domanda e offerta di lavoro, “Sustanza” decide di puntare al settore ristorativo. Il Consorzio “Il nodo” decide di sostenere direttamente l’impresa rilevando la pizzeria di Acireale Cantine Di Loreto, con l’impegno di sostenere il mutuo, affidando a “Sustanza” la gestione del ristorante e la costruzione della visione imprenditoriale. Questa visione consiste nel combinare la tradizione culinaria del territorio e il rispetto dell’ambiente, con un impegno
concreto e duraturo per l’inclusione sociale dei giovani e la sostenibilità.

Quanti giovani riuscite ad integrare in questo progetto e da dove vengono?
Nel 2020 i ragazzi impiegati nella pizzeria erano 5. Oggi sono 18, di cui due in tirocinio formativo, tutti gli altri con regolare contratto. I ragazzi provengono dall’Egitto, dalla Tunisia, dal Senegal, dal Gambia, dal Bangladesh, dalla Romania, 4 sono italiani provenienti da contesti vulnerabili e 1 viene dal Bangladesh, ma è uno straniero di II generazione. Si lavora in un contesto che mette insieme lingue e culture diverse tra loro, ma questo percorso ci insegna che trovare un linguaggio comune è possibile. I nostri ragazzi investono sul loro futuro, si impegnano e grazie al contratto di lavoro possono realizzare il loro progetto di autonomia.

Il valore aggiunto di questo progetto?
Sicuramente quello di creare posti di lavoro e un’opportunità di crescita professionale e personale attraverso la formazione e l’integrazione lavorativa dei giovani, in particolare migranti o provenienti da contesti vulnerabili. L’attività avviata da “sustanza” rappresenta un modello di come l’impresa sociale possa diventare strumento di inclusione, la storia in comune con il consorzio e Il Nodo ci mostra come strutture cooperative che ci sembrano superate possano diventare risorsa e non ostacolo.

Ma non solo questo, “sustanza” si propone di veicolare un modo antico dello stare a tavola, della convivialità del pasto. Un modo legato alla tradizione, al legame col territorio, alle stagioni e ai rituali della terra. Tutte le materie prime provengono da piccole aziende locali e familiari: macellerie, caseifici, apicoltori e produttori di farine, sono persone, sono storie che fanno parte di questo progetto.

Quale futuro per Sustanza?

Sustanza è solo all’inizio! Oltre alla pizzeria Cantine Di Loreto, dal 2024 “sustanza” gestisce anche un punto ristoro all’interno del parco dell’Etna, Casa della Capinera, un luogo di pace, di riscoperta, di tutela dell’ambiente, dove le vibrazioni del legame tra uomo e natura si fanno sentire ancora più forti, anche a tavola.

Con la cooperativa sociale Il Nodo quali altri progetti state portando avanti?
Tanti sono i progetti in cantiere: la realizzazione di un locale estivo, gestito da giovani donne del Mediterraneo per l’appunto, che punti alla realizzazione di eventi culturali con l’obiettivo di veicolare questa nuova sfida culturale. Un luogo in cui mantenere il legame con la cucina tradizionale, contaminandola e in cui fare esperienze che ti portino a stimolare un modo comune e nuovo di vedere il mondo. E ancora, l’idea di realizzare una comunità energetica per creare valore, ricchezza e sostenibilità nel territorio in cui insiste il ristorante Cantine di Loreto.