Per superare la crisi del personale nel Terzo Settore non bastano le classiche strategie di gestione delle risorse umane. Interroga il senso stesso del lavoro sociale, incrocia i progetti di vita delle persone, i loro desideri e le loro aspirazioni. Di fronte a queste sfide, le organizzazioni rischiano di andare in affanno, scaricando le tensioni sulla gestione quotidiana e sulla continuità dei servizi. Diventa allora necessario fermarsi per recuperare il respiro (un approccio da breathing organization) e creare uno spazio di ricomposizione.
Oltre le skill professionali: rimettere in moto l’intelligenza collettiva
Insieme a VITA abbiamo messo attorno a un tavolo quattro generazioni di cooperatori a confronto, a viso aperto, sul valore reale dell’impresa sociale.
Raccontare le professioni del sociale è una scelta culturale e politica per portare sotto i riflettori chi svolge un mestiere fondamentale per la comunità.
L’esperimento condotto da CGM e VITA nasce per permettere alle intelligenze collettive di rimettersi in moto. L’obiettivo è concreto:
- Comprendere le motivazioni di chi ha scelto di lasciare questo settore
- Accompagnare con cura chi entra oggi per la prima volta in cooperativa
- Costruire reali dispositivi di benessere organizzativo e di equità
- Coltivare i luoghi di vita fuori dal lavoro, perché è lì che si forma il senso di fare impresa sociale, ben oltre le semplici competenze tecniche.
Un patrimonio da non disperdere
In questo momento di grande turnover, in ballo non c’è solo la sostenibilità economica delle imprese, ma la loro stessa cultura organizzativa e la capacità di impattare sul mondo per cambiarlo in meglio.
I flussi in uscita richiedono la costruzione di veri e propri “backup intergenerazionali”: spazi in cui condividere memorie, competenze e stile. Un patrimonio immateriale che, soprattutto per le nostre cooperative, deve essere inalienabile e continuamente rigenerabile. Una mappa culturale aperta, pronta per essere riscritta da chi deciderà di subentrare.
Foto di Antonio Mola



