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Diversity&Inclusion, De Preto: “Educare gli educatori alla diversità”

“Accompagnare e orientare i bambini e le famiglie verso e attraverso le diversità”, così descrive il suo intento Lorenzo De Preto, psicologo laureato in Psicologia del Lavoro all’Università di Trento, dove ha ottenuto anche un master in Gestione diversità e inclusione. Lorenzo è coordinatore pedagogico della cooperativa La Coccinella. Agli Stati Generali di Cremona ha partecipato alla tavola rotonda Diversity&Inclusion, raccontando l’esperienza della cooperativa sul tema dell’educazione alla diversità di genere nei servizi legati all’infanzia. L’abbiamo intervistato per approfondire il tema.

Sono Lorenzo De Preto, veneto di origine ma trentino per scelta e adozione. Proprio in Trentino, per studio prima e lavoro poi, ho cominciato a occuparmi di diversità e inclusione. Sono laureato in psicologia del lavoro all’Università di Trento, dove ho intrapreso anche un interessante master in Gestione diversità e inclusione. Un’occasione che poi mi ha aperto le porte per esperienze nel mondo della ricerca sociale e, infine, del cooperativismo trentino con La Coccinella. Qui mi occupo di coordinamento di servizi all’infanzia e progettazione. Da qualche anno la Cooperativa ha ottenuto certificazione alla parità di genere Pdr.125/2022 indicandomi, assieme a colleghi e colleghe, nel Comitato di gestione”.

“Per una cooperativa come la nostra impegnata nel coordinamento di servizi all’infanzia e nel supporto genitoriale, gestione della diversità significa riconoscere e valorizzare le alterità che attraversano la nostra forza lavoro, osservare anche la diversità che si esprime nei bambini, nelle loro famiglie e culture di origine e, infine, significa educare alla diversità. Ovvero accompagnare e orientare bambini e famiglie verso e attraverso la diversità”. 

“I bambini e le bambine, letteralmente dalla nascita (ce lo dicono le neuroscienze), riconoscono fattori di diversità: la categorizzazione sociale è un processo innato e naturale nell’essere umano, anche ragionare per euristiche e stereotipi lo è. Educare alle diversità, quindi, non significa imporre a bambini e bambine modelli mentali loro alieni o promuovere principi di partigianeria. Bensì aiutarli a comprendere i meccanismi che regolano il funzionamento del proprio pensiero, i limiti della propria individualità e dell’inviolabilità dell’altro e dell’altra. Supportarli nel comprendere che esistono differenti (ma non per questo “sbagliati”) modi di venire al mondo, di stare e abitare il mondo; che hanno e sempre avranno la possibilità assieme a noi di esplorarlo e scoprirlo seguendo strade diverse dai binari che aspettative sociali e abitudini pongono loro dinanzi”. 

“Premetto che educare anche alle diversità (come per qualsiasi altra competenza o nozione), richiama in primo luogo noi adulti all’essere capaci, consapevoli e adeguatamente “equipaggiati” per, successivamente, portare i nostri bambini a compiere un percorso di riconoscimento, apprendimento ed educazione. Un punto su cui, per esempio, anche noi di Cooperativa La Coccinella abbiamo lavorato è il riconoscimento e l’intervento su quelle dinamiche più “subdole” di distinzione di genere che possono impattare anche il nostro fare educativo. Lo scopo è quello di riconoscere i nostri stessi limiti di fronte al tema dell’alterità, l’urgenza di predisporre sé stessi e se stesse prima di voler intraprendere una funzione educativa sul bambino. Nel concreto, come educatori ed educatrici, possiamo proporci per momenti formativi ad hoc, in cui continuare a parlare e riflettere sul potere del linguaggio in educazione e sull’uso (mai neutrale) che ne facciamo. Nei gruppi di lavoro, darsi tempo e spazio per sostare e osservarsi (anche reciprocamente con protocolli osservativi appositi e sospendendo ogni pre-giudizio) accordandoci sulla disponibilità a decentrarsi dalle proprie visioni e rappresentazioni, aprendosi al confronto con colleghi e colleghe e lasciandosi interrogare dagli altri”.

“Non mi stanco di ripetere che il primo suggerimento è guardare criticamente a sé stessi e al proprio rapporto (al di là del dichiarato) con le diversità: come ci fa sentire davvero, nel profondo, interagire con persone di un’etnia o genere o estrazione sociale diverse dalla nostra? Non bisogna lasciarsi abbattere o abbandonarsi alla rassegnazione di fronte alla scoperta di radicati stereotipi e pregiudizi anche nella nostra postura verso il mondo e gli altri, ma comprendere che il riconoscimento di questi non è che il primo passo per poterli finalmente scalfire”. 

“È necessario ricordarsi che i bambini sanno leggere talvolta meglio degli adulti questi nostri pensieri impliciti, assumendoci come modello di riferimento. Diventa fondamentale, quindi, parlare di questi temi (magari con l’ausilio di letture o materiale video-fotografico), esplicitarli con i propri figli sin dalla più piccola età, non considerarli mai “troppo piccoli” per l’argomento o credere che non parlandogliene li si prevenga da pregiudizi e stereotipi”.

“Quello dell’adulto (educatore o genitore che sia) è un compito, appunto, fondamentale. Questo assume un ruolo di “cartina reagente” per il bambino, da riferimento per le possibili interpretazioni, definizioni e valutazioni qualitative di ciò che gli accade attorno. È fondamentale, però, che tra i diversi agenti educativi con cui il bambino si relaziona vi sia quanta più armonia e coerenza possibile. Tuttavia, in particolare negli ultimi anni, si registrano sempre più situazioni in cui educatori e insegnanti nutrono quasi “timore” nel toccare alcune tematiche, proprio in considerazione di famiglie poco disponibili o allineate sul tema della relazione con il “diverso”. È importante, però, che servizi educativi e scuola non rinuncino alla loro funzione pedagogica, riconoscendo nell’educazione alle diversità un atto di equità sociale, ma anche di onestà verso i bambini e un investimento strategico per il futuro delle nostre comunità. Anche in questi casi, quindi, va ricercato testardamente e con modalità innovative l’ingaggio delle famiglie tutte a riscoperta di un’importante e positiva alleanza educativa”.

“Alle generazioni future auguro pazienza e tenacia. Dobbiamo ricordarci costantemente che quello in atto da una manciata di anni è il primo e timido tentativo con cui cerchiamo, davvero, di riconoscere e valorizzare le diversità che attraversano da sempre ogni ambito di vita sociale (dalla scuola alla famiglia, dal lavoro allo sport…) a ogni latitudine del Pianeta. Non dovremmo disconoscere il duro lavoro fatto in ragione di successi che certi potrebbero considerare irrisori o alla perdita di alcuni privilegi per altri. Come in alcune discipline sportive (penso allo Yoga), anche nel campo del contrasto a radicati stereotipi, la difficoltà non è il raggiungimento di una posizione bensì il suo mantenimento nel tempo. Auguro alle generazioni che verranno di avere la forza di sopportare la frustrazione che processi lunghi e faticosi come il disconoscimento di istintivi, comodi e arcaici pregiudizi possono comportare e di raccogliere un domani il frutto di questo loro esercizio: una società più equa e giusta, per tutti e per tutte”.

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