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Welfare in piattaforma, c’è spazio per le cooperative

“Agire il cambiamento anziché subirlo” 

Ivana Pais

“In rete in Italia è ancora più facile fare la spesa piuttosto che trovare una babysitter. Di spazi per il welfare ce ne sono tanti e vanno riempiti”. Ivana Pais è docente di Sociologia economica alla Facoltà di Economia dell’Università Cattolica di Milano, direttrice del Centro di ricerca TRAILab (Transformative Actions Interdisciplinary Laboratory) e principal investigator di We Plat – Welfare system in the age of platforms. Un progetto del progetto sulle piattaforme digitali di welfare finanziato da Fondazione Cariplo con capofila l’Università Cattolica del Sacro Cuore e partner l’Università di Padova, l’agenzia community design Collaboriamo e il nostro consorzio CGM.

Il quaderno della ricerca, a cura di Ivana Pais e del nostro open innovation manager Flaviano Zandonai, realizzato in collaborazione con Percorsi di Secondo Welfare, è già stato presentato ed è disponibile on-line (scarica qui).

Ma che cosa dice alle cooperative questo importante studio? Innanzitutto, restituisce una fotografia delle piattaforme digitali di welfare sul territorio nazionale: sono 137.

59 operano nel settore della salute, 10 in quello dell’educazione e della cura dell’infanzia, 10 nell’assistenza sociosanitaria e 58 sono multisettoriali. Ci sono piattaforme di welfare aziendale, di welfare digitale, che nascono e operano in ambito strettamente digitale, e di welfare territoriale, che mettono insieme enti locali e terzo settore.

“Un dato inatteso dello studio? – esordisce Ivana Pais – Ci aspettavamo più provider di welfare aziendale. Avevamo l’aspettativa che il welfare aziendale potesse essere il precursore delle piattaforme di welfare e invece in rete i servizi alla persona sono ancora pochi e il matching tra domanda e offerta è scarso. Questo può essere legato al fatto che i lavoratori hanno budget ancora limitati a disposizione per il welfare aziendale e che è più pratico acquistare beni di consumo rispetto a servizi”.

Una carenza che lascia molto spazio alle imprese sociali, sia in termini di diffusione dei propri servizi, sia in termini di analisi di bisogni, sia in termini di offerta di veri e propri piani capaci di incidere positivamente sulla qualità della vita delle persone e dei contesti in cui esse vivono e lavorano. “L’altra sorpresa è stato il boom delle piattaforme di welfare digitale e in particolare di quelle che erogano servizi on-line di consulenza psicologica – continua la professoressa dell’Università Cattolica – Mentre rispetto alle piattaforme di welfare territoriale, che hanno la grande potenzialità di aggregare realtà e servizi, pubblici e privati, è emersa la tendenza a riportare le logiche tradizionali in piattaforma, invece che sfruttare lo strumento per una vera e propria trasformazione”.

I margini per uno sviluppo del welfare in piattaforma sono dunque altissimi con prospettive molto interessanti rispetto ad esempio all’ibridazione e all’allargamento dei beneficiari, al ripensamento dei modelli organizzativi, alla certificazione della qualità dei fornitori, alla creazione di comunità non solo tra professionisti, ma anche tra clienti o pazienti in una logica peer to peer, alla ibridazione tra le diverse tipologie di piattaforme, all’implementazione di sistemi reputazionali, ossia di valutazione.

“In generale l’interesse da parte della cooperazione alle piattaforme digitali è forte, ma è altrettanto forte la resistenza, talvolta legittima – prosegue Ivana Pais – Le piattaforme rendono evidente e aumentano le complessità e occorre trovare quelle modalità che consentano di non perdere gli elementi distintivi in termini di cura”. A partire da quegli “eroi quotidiani dell’innovazione” che ci sono e vanno accompagnati. “Da questo punto di vista – commenta la docente – welfareX è l’unica che ha attivato una comunità di welfare manager che sui territori si occupano della piattaforma. Questo fa la differenza: non lasciare da soli questi ‘eroi’, creare occasioni di confronto e di crescita e collocare il loro lavoro in un progetto più ampio e di prospettiva”.  

“Il welfare si sta trasformando – è la conclusione di Ivana Pais – Le persone cercano in rete risposte ai loro bisogni e se non trovano il terzo settore, trovano altro. Occorre stare dentro la trasformazione e governarla. Questa è la sfida: agire il cambiamento anziché subirlo”. 

Ivana Pais
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Storie

A Casa Milo i ragazzi con disabilità si allenano a vivere da soli

Pietro lo dice subito: “Perché i miei fratelli sì e io no?”. Martina ha le idee chiare: “In futuro mi vedo in una casa con due mie amiche”. Si respira un desiderio comune di autonomia a Casa Milo, una casa a tutti gli effetti nella zona nord di Milano, gestita dalla Cooperativa Cascina Biblioteca, in cui ragazzi con disabilità sperimentano la vita quotidiana fuori dalla famiglia. Imparano a prendere la metropolitana, a fare la spesa, a pagare le bollette, a rifarsi il letto, a curare la propria igiene personale, a fare la lavatrice. Tutto in un contesto abitativo vero, ma protetto, all’interno di un percorso graduale, su misura e condiviso con le famiglie e con altri ragazzi desiderosi di imparare a “vivere fuori casa”. 

“Durante la pandemia – racconta Pietro, 27 anni, ex residente di Casa Milo – mi sono chiesto cosa volessi fare nella vita. Avevo il desiderio di diventare autonomo e di andare a vivere fuori casa come i miei fratelli. Con l’assistente sociale abbiamo deciso di sperimentare per un anno Casa Milo. Qui ho conosciuto persone che mi hanno aiutato e ho imparato tante cose. Ora vivo a Casa Montemartini (una micro-comunità che unisce occupazione lavorativa e autosufficienza domestica, ndr) con altre cinque persone e sogno di trasferirmi a Firenze con la mia ragazza”. Martina, invece, 23 anni, figlia unica e un diploma in Servizi sociosanitari, è arrivata a Casa Milo attraverso lo Sfa, il Servizio diurno di Formazione all’Autonomia di Cascina Biblioteca. “Ho iniziato a fare la prima notte a maggio – racconta – Poi la seconda, poi sono stata un’intera settimana. Nel frattempo, ho mantenuto tutte le mie attività, compresi lo sport e il teatro. Casa Milo è un’alternativa vera e propria alla casa. Ho imparato a vivere con persone che prima non conoscevo, a condividere gli spazi e a rifare bene il mio letto”. 


L’ingresso a Casa Milo avviene su iniziativa della famiglia o su proposta dei servizi territoriali o della cooperativa, e per la maggior parte dei casi grazie al finanziamento della legge 112 del ‘Dopo di noi’, attraverso i voucher di ‘Accompagnamento all’autonomia abitativa’. Si tratta di un ingresso graduale: si parte partecipando a quattro incontri a tema sull’autonomia abitativa che si svolgono in gruppo e con un operatore, poi si comincia a frequentare la casa per alcuni momenti pomeridiani e serali, fino ad arrivare al pernottamento. Ad aiutare nella gestione della Casa, un monitor touch screen appeso in soggiorno che consente di condividere tra ragazzi, operatori, coordinatori e famiglie presenze e attività, realizzate e da realizzare. “Quando ci dicono: ‘Ma come, oggi avete solo fatto la spesa?’ ci viene da sorridere – spiega Jennifer, educatrice di Casa Milo – Già, perché per i ragazzi di Casa Milo anche le faccende quotidiane più scontate possono far emergere difficoltà e insicurezze. Qui, con l’aiuto degli educatori, imparano ad affrontarle non perché qualcuno le fa al posto loro, ma perché loro che sono i protagonisti costruiscono routine e conquistano autonomie. E allora sì, con soddisfazione, rispondiamo che abbiamo solo fatto la spesa!”.

La formula ideale sperimentata in questi anni è quella di una settimana in Casa Milo, dal lunedì al venerdì, per una volta al mese: consente l’uscita dalla famiglia in modo graduale e l’osservazione da parte degli operatori e delle famiglie di risorse ed esigenze personali per poter poi trovare i contesti abitativi migliori per il futuro. “La casa in cui vivo adesso – dice Pietro – è diventata la mia casa: si ride, si condivide, si litiga, come in tutte le case. La cosa più difficile che ho imparato a Casa Milo? A fare i conti per la spesa”. Casa Milo è inserita in un contesto di social housing con 300 appartamenti, sette realtà del terzo settore attive e tanti momenti di scambio e di condivisione. “Durante un aperitivo con i vicini di casa – ricorda Pietro – ho raccontato il mio percorso a Casa Milo e tutti sono rimasti molto contenti. Ci tengo molto a condividere la mia esperienza perché è un bell’esempio. Perché voglio dimostrare che l’autonomia è questa e che è un’autonomia possibile”. 

Fondamentale per questi percorsi il rapporto con le famiglie. “La famiglia può condizionare in positivo o negativo il percorso di autonomia – continua Jennifer – Importante per noi è condividere con i genitori la linea educativa, dare riscontri su come sta andando l’esperienza, ricevere feedback sui comportamenti dei ragazzi a casa, creare occasioni di incontro e di condivisione in gruppo dedicati ai genitori”. “Casa Milo – conclude Maria Malacrinò, la coordinatrice – non è né una vacanza, né uno sradicamento. È una palestra in cui i ragazzi e le famiglie si allenano per un obiettivo grande, un obiettivo di futuro”. 

Il progetto Casa Milo è realizzato dalla Cooperativa Cascina Biblioteca grazie al contributo di Fondazione Cariplo ed è inserito all’interno del progetto “Scambi Vitali” con capofila Consorzio Sir.

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Eventi persone

I giovani al SEOC: “Coinvolgeteci non per riempire poltrone, ma per ascoltare la nostra voce”

Il suo intervento è stato uno di quelli più applauditi al panel How Soon is Now? organizzato al SEOC – Social Enterprise Open Camp di Todi e ispirato al manifesto Future Chair, la dichiarazione di impegno delle Fondazioni e degli Enti Filantropici per il dialogo intergenerazionale.

Lei è Claudia Pinessi, Eu project manager junior e junior researcher del Consorzio nazionale Idee in Rete e Innovation Consultant del Consorzio Cosm con sedi a Udine e Trieste. Nel 2023 è entrata a far parte del team di organizzazione della Biennale della Prossimità, in programma a ottobre 2024 a Napoli. Ha 27 anni ed è alla sua prima esperienza lavorativa attinente ai suoi studi, una laurea in Giurisprudenza e un master in Gestione delle imprese sociali. In mezzo, un’esperienza di volontariato in legge e diritti umani in Sudafrica.

“Quello è stato un momento della mia vita spartiacque – racconta Claudia – Ho capito che nel percorso di Giurisprudenza c’era poco di quello che cercavo. Mi sono laureata in fretta con una tesi sulla responsabilità sociale delle imprese in Ghana e mi sono iscritta al master nell’ambito del terzo settore”.

Ora ha un contratto di apprendistato di tre anni e tanto entusiasmo da mettere in gioco nella cooperazione. Quest’anno ha partecipato al suo primo SEOC. “Devo essere sincera: non avevo un’aspettativa precisa in partenza – dice – Poi, però, sono rimasta entusiasta. Mi è piaciuto molto. Ho trovato tanta sostanza e anche tanta testimonianza, non solo professionale ma personale. Ho conosciuto persone interessanti”.

Il suo SEOC, come anche il suo intervento, è stato focalizzato sul dialogo intergenerazionale. Claudia, infatti, è arrivata a Todi con una sua collega senior. “Nel nostro consorzio, e di questo vado fiera, stiamo affrontando un cambio generazionale importante – continua Claudia – Spingono molto sul coinvolgimento di figure giovani e anche la mia e la nostra partecipazione al SEOC è stata una conferma”.

Ma cosa serve perché i giovani siano davvero coinvolti nelle fondazioni e nel mondo della cooperazione? Claudia ha una risposta molto chiara: “Aprano le porte ai giovani non perché si sentono in dovere, ma perché si accorgono che manca qualcosa. I giovani non entrano in questo ambito per riempire poltrone, ma per far sentire la propria voce. Certo, non sono supereroi e hanno bisogno di essere accompagnati, di calare le idee nella realtà, rendendole attuabili nella complessità senza che perdano vigore, e in questo le figure senior sono fondamentali”. 

Lo sguardo sul futuro è una caratteristica dei cooperatori junior, assolutamente da cogliere. “Per questioni anche puramente anagrafiche – dice Claudia – noi giovani abbiamo una visione diversa sul futuro, ma direi anche sul presente. Non abbiamo quella stanchezza e quella disillusione che a volte caratterizzano chi lavora da più tempo”.

Sicuramente l’aspetto della valorizzazione, anche economica, della professione sociale è una leva anche per i giovani. “Il nostro lavoro – dice la project manager – ha un impatto grandissimo sulla vita delle persone e spesso è poco valorizzato, anche dal punto di vista economico. I giovani hanno tanta motivazione, ma a volte le condizioni lavorative scoraggiano e su questo occorre sicuramente fare passi avanti. Non bisogna per forza soffrire o fare sacrifici per lavorare nel terzo settore!”. 

Tornando al SEOC, Claudia non ha dubbi: tornerà nel 2024. “Sono stati tre giorni di bellezza – conclude Claudia – Porto a casa la convinzione che ognuno di noi, giovane e meno giovane, può fare molto, che dobbiamo pensare in grande, senza accontentarci di fare solo il nostro pezzettino. Abbiamo una responsabilità enorme che dobbiamo cogliere, anche rispetto al dialogo intergenerazionale. Perché non è vero che, se si è sempre fatto cosi, ora non si debba cambiare. Al prossimo SEOC? Ci sarò e mi aspetto che si prosegua sul tema del dialogo tra generazioni”. 

Foto in copertina Francesco Margutti

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Cooperative contro il gender gap, ne parliamo con Sofia Borri

Portate la parità in ambiti strategici come l’educazione

“La parità di genere non è solo un tema di diritti e di giustizia, ma di sviluppo. E non interessa solo le donne, ma tutti, uomini compresi”. Accento milanese, ma origini argentine, mamma di due bambine, Sofia Borri è la Presidente di Piano C, realtà nata a Milano come primo coworking con cobaby d’Italia e ora ‘factory’ nazionale che si occupa di riprogettazione professionale, formazione ed empowerment femminile. Con una laurea in Filosofia e Antropologia e un master in Management delle imprese sociali, Sofia è speaker e formatrice sui temi del gender gap, della rottura degli stereotipi e della sinergia vita-lavoro. Con CGM collabora per il percorso che coinvolge molte cooperative sulla certificazione per la parità di genere UNI PdR 125:2022“Con Piano C – spiega la presidente – incontriamo molte donne che sono formate, qualificate e motivate, ma si trovano fuori dal mercato del lavoro. Le accompagniamo in un percorso che le porta a far emergere il proprio valore professionale ed economico. Come? In gruppo perché la dimensione della rete è fondamentale, attraverso un metodo nuovo che abbiamo sistematizzato e sperimentando”. L’altro pezzo dell’attività di Piano C è dentro le aziende. “Promuoviamo nelle aziende uno sguardo nuovo sul talento femminile – continua Sofia Borri – Valorizziamo le donne motivate e capaci che però non emergono”. Il tutto, scontrandosi spesso con fatiche organizzative e modelli di leadership improntati sull’egemonia maschile. 

In un contesto ancora discriminatorio, dove ad esempio la maternità è vissuta come un’anomalia, la normativa può aiutare a fare passi in avanti. “Innanzitutto – commenta la presidente di Piano C – darsi uno strumento condiviso e agganciarsi ai dati consente di inquadrare la reale situazione e di stabilire degli step di miglioramento. In più consente di misurare le performance positive di un approccio improntato sulla parità di genere, mettendo l’accento sul valore, anche economico, di quel pezzo di capitale umano. Si tratta di una leva potente. Occorre uscire dalla logica che la parità di genere è contro gli uomini. No, è per tutti. Per questo servirebbero politiche più coraggiose che incentivino le realtà a dotarsi di questi strumenti rendendoli vantaggiosi e trasformando quindi nel tempo le prassi organizzative positive in crescita e sviluppo”. Rispetto a questo le cooperative e il terzo settore hanno un ruolo fondamentale. “Da una parte – continua Sofia Borri – perché, per i servizi di cura di cui si occupano, nelle cooperative e nel terzo settore operano tante donne, dall’altra perché alcune prassi contro il gender gap si verificano già, anche se non codificate. Per questo il terzo settore può esercitare una forte spinta al cambiamento. Serve riconoscere ciò che di buono c’è già per valorizzarlo e serve portare la parità di genere in ambiti strategici come ad esempio quello dell’educazione in cui le cooperative sono spesso protagoniste. Che modelli su questo tema le cooperative portano avanti con i bambini e le bambine della fascia 0-6 e 7-11, ma anche con i preadolescenti e adolescenti? Occorre chiedersi e per prime le cooperative devono farlo: come educhiamo alla parità?. Il messaggio finale è proprio per le cooperatrici donne. “Nelle cooperative si concentra tanto talento femminile che non va dato per scontato e che va riconosciuto prima di tutto dalle stesse donne – conclude Sofia Borri – A loro dico: sperimentate l’empowerment, non abbiate paura del potere inteso come esercizio di possibilità e realizzazioni di visioni”. 

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Storie

A Cascina Falchera il restauro inclusivo dell’ultimo tram centenario di Torino

“Qui uniamo riuso e riscatto sociale”.

C’è un tram centenario parcheggiato a Cascina Falchera, l’hub di innovazione sociale e ambientale gestito dal Consorzio Kairos in una vecchia cascina da poco riqualificata a nord di Torino. E’ il numero 614 ed è stato costruito alla fine degli anni ’20 nelle officine dell’ATM (Azienda Torinese Mobilità). In origine bidirezionale, con porte aperte e di colore rosso-crema, negli anni ’30 è stato oggetto di un restyling che lo ha trasformato in unidirezionale, con porte pneumatiche e colore verde bitonale. Ha prestato servizio fino agli anni ’50. E’ sopravvissuto alla demolizione perché è stato utilizzato prima come mezzo da carico per il trasporto della frutta, poi come container per il ritrovo dei ferrovieri.

A gennaio, il 614 è stato trasferito dal deposito della Metropolitana a Cascina Falchera e affidato nelle mani di Flavio Castagno, falegname ed educatore, già restauratore di locomotive, appassionato di riuso e di riciclo. E’ lui che sta seguendo per il Consorzio Kairos, all’interno della falegnameria sociale (RE)Made of wood, lo straordinario recupero di questo mezzo, realizzato con il contributo di Fondazione CRT. “Ora lo stiamo disallestendo – spiega Flavio – e stiamo documentando e catalogando tutto con disegni e fotografie. Poi faremo il progetto di riallestimento con l’obiettivo di riportare gli interni alla loro versione originale anche attraverso l’aiuto di immagini storiche fatte durante gli incidenti”.

Il restauro del tram è una straordinaria occasione anche di coinvolgimento, formazione e riscatto per persone che, in diversi modi, vivono situazioni di fragilità o vulnerabilità. Al laboratorio artigianale di Cascina Falchera prima dell’estate, infatti, sono terminati tre tirocini formativi lavorativi che hanno coinvolto due donne, una inserita in un percorso di emersione dalle dipendenze, una in un percorso di riattivazione al lavoro, e un migrante richiedente asilo, e da ottobre ospiterà un nuovo ciclo di borse lavoro che si occuperà anche del restauro del tram. “Quella del laboratorio artigianale è un’esperienza importante per persone con diverse fragilità – commenta Valentina Paris, di Exar Torino, che gestisce il servizio di erogazione delle borse lavoro – Si tratta di un impegno quotidiano che porta le persone a riorganizzare la propria vita dal punto di vista degli orari e degli impegni e che le fa sentire di nuovo parte di un gruppo, di una comunità. Al laboratorio si impara facendo, si acquisiscono competenze e sicurezza in se stessi. In più, c’è la continuità della remunerazione che riattiva la consapevolezza economica e la riorganizzazione dei bilanci familiari. Tutte questioni fondamentali e non sempre facili che aiutano a ripartire più forti”. 

“Il restauro
– aggiunge Flavio – consente di trasformare qualcosa di vecchio, brutto o rovinato in bellezza ed è una grande possibilità di riscatto per le persone che ne sono protagoniste. Costruire e realizzare qualcosa alza l’autostima e consente di rimettersi in gioco”. “Una dimostrazione di questo? – racconta l’educatore – Qualche mese fa è uscito un articolo sul restauro del tram. Il titolo era: Tram restaurato da donne fragili. In quel periodo avevamo inserito nel progetto anche due ragazze, studentesse delle Belle Arti. Si erano arrabbiate. Dicevano: Perché ci dicono fragili? Guarda che belle cose che stiamo facendo! Ecco, di fronte a qualcosa di bello che stai facendo e che gli altri riconoscono, la fragilità scompare e cresce l’orologio di chi ce la può fare, nel lavoro e nella vita”. 

Il tram 614, una volta svuotato, verrà portato a Brescia, presso una officina che si occuperà di sistemare la parte meccanica e la carrozzeria. Nel frattempo, Flavio e il suo team si occuperanno di recuperare o ricreare l’arredo originario: dalle panche al sedile di guida, fino ai vetri incassati nella struttura di legno. L’ultima operazione sarà quella del rimontaggio. Il tram 614, poi, ritornerà a circolare e, grazie all’Associazione Torinese Tram Storici, sarà protagonista di tour culturali e turistici per la città di Torino. 

Cascina Falchera è un Bene Comune della Città di Torino concesso al Consorzio Kairòs, sino al 2040, da ITER – Istituzione Torinese per una Educazione Responsabile, con l’obiettivo di valorizzarne la vocazione educativa e trasformarlo in un hub di Innovazione sociale. Sono partner del progetto: Città di Torino, Università degli Studi di Torino – Dipartimento di Scienze Veterinarie e Dipartimento di Psicologia, Liberitutti s.c.s., Crescere Insieme s.c.s., Ecosol s.c.s, Liberitutti Factory s.r.l. impresa sociale, Damamar odv, RE.TE. ong, Impollinatori Metropolitani aps, Parco del Nobile aps, Legambiente onlus, Wea Foundation, Padel M2, (Ri)generiamo, Leroy Merlin

Fotografie di Marzia Allietta

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Educazione Eventi persone

Da Don Milani a oggi, Piergiorgio Reggio: “Solo il sapere attraverso l’esperienza è vero sapere”

“È proprio come il titolo del workshop: Fuori è Dentro. Solo il sapere attraverso l’esperienza è vero sapere. Solo ciò che passa tra dentro e fuori è conoscenza. Se no è un’acquisizione di concetti e competenze, ma non realmente rielaborate e possedute”.

Piergiorgio Reggio è stato ospite del workshop sull’educazione organizzato da CGM nella Valle del Mugello, in Toscana, in collaborazione con il Consorzio Co&So. Una due giorni in cui, anche grazie al suo contributo, si è potuto approfondire e attualizzare il messaggio di Don Milani e della scuola di Barbiana.

Piergiorgio Reggio è docente di Pedagogia dell’età della vita all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e di Brescia e insegna Ermeneutica delle pratiche formative all’Università di Verona. Pedagogista e formatore, è presidente della Cooperativa Progetto 92 di Trento e vicepresidente dell’Istituto Paulo Freire con sede a Lecce.

La sua passione per Don Milani è nata da giovanissimo. A 17 anni ha fatto esperienza come educatore alle scuole popolari milanesi del prete operaio Don Cesare Sommariva, amico di don Milani, e negli anni 70 ha partecipato a progetti ispirati a Don Milani e declinati al mondo operaio milanese. Negli anni ’80, poi, a Barbiana ha frequentato i campi estivi di coordinamento per gli insegnanti non violenti. Ha letto e scritto libri sul “metodo Barbiana”: suo ‘Lo schiaffo di Don Milani’ pubblicato nel 2014 e ristampato nel 2020. “Occorre rileggere Don Milani per concentrarsi sulle pratiche educative dell’oggi – spiega il docente di Trento – A 60 anni di distanza, sarebbe fuori luogo e patetico riproporre la scuola di Barbiana perché nel frattempo è cambiato il mondo. Ma Don Milani ci provoca e ci fa ritornare alle radici dell’educazione”. 

Due i temi fondamentali di Don Milani che, secondo Piergiorgio Reggio, parlano a educatori e operatori sociali di oggi. Il primo è quello della giustizia nell’educazione. “Ai tempi di don Milani l’educazione era un sistema selettivo che penalizzava alcune aree del paese, come quelle montane, e alcune classi sociali – dice Piergiorgio Reggio – Poi, abbiamo vissuto un’esclusione dagli studi dei migranti interni provenienti dal sud Italia e oggi viviamo quella di bambini e ragazzi del sud del mondo. Il fenomeno è cambiato ma il tema è ancora attuale e riporta alla domanda di fondo: perché imparare? Per Don Milani la conoscenza è potere: sapere vuol dire poter essere sovrani e non sudditi. Oggi noi che risposta diamo a quella domanda?”. Nel workshop di CGM, partendo da questa provocazione, è emersa una riflessione interessante sulla centralità della parola. “C’è un tema di potere nella parola perché la parola fa eguali – spiega il professore di Trento – Oggi non siamo di fronte solo ad un deficit linguistico, ma viviamo la necessità di accogliere una parola che per molti bambini e ragazzi è fatta anche di mutismi. A Barbiana gli studenti erano muti perché crescevano in una società chiusa e isolata, oggi viviamo il mutismo giovanile in un contesto in cui le possibilità di accesso a mondi diversi e lontani è infinita. Il mutismo allora è diverso, è un mutismo emotivo e del pensiero e di questo dobbiamo tenere conto nel fare educazione”.

La seconda provocazione di Don Milani per l’oggi si riassume nella domanda ‘perché insegnare?’.“Per Don Milani – racconta Piergiorgio Reggio – l’insegnamento era parte integrante della sua missione di prete e veniva vissuto con una forte responsabilità collettiva. Oggi ovviamente gli educatori hanno motivazioni diverse, ma occorrerebbe recuperare una educazione problematizzante, ovvero che non agisce solo sul piano individuale, ma su quello strutturale. Il bambino con difficoltà scolastiche vive sue difficoltà, ma anche difficoltà di contesto, di sistema. Ecco, intendere l’insegnamento così, consente di controllare il senso di onnipotenza di noi operatori e contemporaneamente di recuperare un ruolo sociale fondamentale, un ruolo che favorisce il cambiamento collettivo”. In tutto questo, centrali sono le metodologie. “L’outdoor education – prosegue Piergiorgio Reggio – è una modalità di un approccio metodologico più ampio, molto diffuso all’estero: l’apprendimento esperienziale. In tutti i contesti, artistici, urbani e anche naturali, il fare non deve essere fine a se stesso ma deve essere trasformato in apprendimento su se stessi. Solo così diventa conoscenza. E già a Barbiana c’erano elementi che oggi ispirano questo approccio”.  Ecco perché tornare, praticamente e metaforicamente, alla scuola di Don Milani è fondamentale. “Per ritrovare le sorgenti più vive dell’essere educatori oggi”, conclude Piergiorgio Reggio. Lui a Barbiana ci torna spesso. A metà ottobre accompagnerà nella terra di Don Milani cinque ragazzi inseriti in percorsi di giustizia riparativa. “Li stiamo preparando, vediamo Barbiana che effetto farà anche su di loro…”, sorride. 

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Nel carcere di Cagliari i panni sporchi si lavano insieme

A 24 anni, con una condanna di 30 da scontare, il progetto Lav(or)ando gli ha dato una grande possibilità, occupazionale e di vita: invece di essere trasferito al carcere per adulti, se supererà il periodo di prova, potrà essere affidato ad una comunità e lavorare come magazziniere in un supermercato. Fino alla completa libertà. 

A Cagliari, la Cooperativa Elan gestisce da diversi anni la lavanderia “Fresh&White” dellʼIstituto Penale per i Minorenni di Quartucciu e dal 2020 la lavanderia industriale della Casa Circondariale di Uta. Qui vi lavorano i detenuti adulti selezionati per il progetto Lav(or)ando, sostenuto da Fondazione con il Sud. Affiancati da un tutor, con un contratto di tirocinio di cinque mesi, si formano e gestiscono le attività di lavaggio, asciugatura, stiratura e confezionamento di capi sporchi. Con un sistema di tracciamento che, attraverso etichette barcode, consente di avere un controllo totale sul singolo capo evitando smarrimenti e garantendo un report sul numero di lavaggi. Dalla lavanderia di Uta passano 7.000 capi al mese provenienti dal carcere stesso, ma anche e soprattutto da commesse esterne. Così, i detenuti lavano le divise dei Vigili del Fuoco di Oristano e le lenzuola e gli asciugamani dei Carabinieri della Legione Sardegna. Negli anni si sono occupati dei ‘panni sporchi’ dell’Esercito, della Marina Militare e della Polizia Municipale di Cagliari. Un progetto di lavoro, di recupero sociale, di integrazione. Dentro e fuori dal carcere.

Terminato il tirocinio alla lavanderia nel carcere di Uta, infatti, dopo un percorso di orientamento lavorativo e di valutazione di obiettivi e competenze, chi può accedere a misure alternative alla detenzione o chi è assegnato al lavoro esterno (ex articolo 21) viene inserito per altri cinque mesi di tirocinio in imprese del territorio che operano in tutti i settori, dallo smaltimento dei rifiuti, alla grande distribuzione, alla gestione di riserve naturali. Per gli altri c’è la possibilità di essere assunti con un contratto a tempo determinato presso la lavanderia del carcere.

I detenuti coinvolti hanno un’età compresa tra i 24 e i 60 anni. Hanno storie e provenienze diverse. Qualcuno deve scontare l’ergastolo. Vengono proposti per il progetto dall’equipe educativa del carcere in base ad alcuni requisiti (condanna penale definitiva, pena residua non inferiore a 2 anni, possibilità di accedere alla misura ex art. 21 o alle misure alternative) e sottoposti a colloqui con la cooperativa. Il modello adottato da Elan è lo stesso per minori e adulti: quello della progettazione personalizzata portata avanti in collaborazione con la rete sociale del carcere e del territorio.

“Nella lavanderia
– spiega Elenia Carrus, vicepresidente della cooperativa Elan e Responsabile dell’Area inclusione sociale lavorativa – i detenuti investono il tempo infinito della detenzione in un’attività produttiva: acquisiscono competenze professionali e trasversali da spendere nel mercato del lavoro e nella vita e guadagnano uno stipendio che spesso utilizzano per aiutare le proprie famiglie”. 

Fondamentali per i percorsi, tre figure in particolare: il tutor aziendale che è responsabile della lavanderia, l’orientatore professionale che allo scadere dei primi cinque mesi di tirocinio affianca i detenuti nel bilancio di competenze e nel progetto professionale, e il tutor di accompagnamento che è un educatore ed è a supporto dei detenuti coinvolti, durante il tirocinio dentro e fuori dal carcere, diventando anche punto di riferimento per le imprese esterne che aderiscono al progetto e al marchio. Già, perché Lav(or)ando non è solo un progetto, ma è un vero e proprio marchio, etico e solidale. 

“Fare attività lavorativa con i detenuti è una infrastruttura economico-educativa permanente – spiega Carlo Tedde, responsabile del progetto Lav(or)andoPer questo abbiamo creato un marchio. Alle imprese che aderiscono, per ora una decina, garantiamo gratuitamente la messa a disposizione di un tutor che segue aziende e detenuti e l’accompagnamento rispetto a sgravi professionali e fiscali”. I vantaggi del marchio sono anche per il progetto che, così, è maggiormente riconosciuto e riconoscibile. “Si tratta della parte immateriale di bene comune – aggiunge Carlo Tedde – Questo è un progetto che va a vantaggio dei detenuti, delle imprese e di tutta la comunità perché abbassa drasticamente la recidiva, riduce i costi per lo Stato e quindi per i cittadini e crea valore sociale. Lavorare sull’occupabilità dei detenuti dentro e fuori dal carcere vuol dire alzare la capacità di cambiare e questo è strategico per tutti”. 

Il progetto Lav(or)ando dura 4 anni e sostiene il recupero sociale e l’integrazione di 24 persone sottoposte a provvedimenti penali detentivi. Al momento sono stati attivati 17 percorsi. Con qualche tema da affrontare: dalla carenza di personale educativo in carcere rispetto agli oltre 570 detenuti adulti presenti alla gestione degli spostamenti esterni per raggiungere il posto di lavoro (“Abbiamo proposto l’utilizzo di bici elettriche con GPS che consentirebbero tra l’altro di tracciare i movimenti e che sono utilizzate già in altri istituti per questo tipo di progettualità”, dice Eliana); con una grande sfida: quella di aumentare sia le commesse esterne affinché la lavanderia possa sostenersi in autonomia, sia le imprese disposte ad inserire detenuti per ampliare l’offerta occupazionale; e con un sogno: aprire una lavanderia al dettaglio in centro città a Cagliari con anche bar annesso come punto di incontro e di socializzazione. Il modello sarebbe lo stesso, come anche il motto: “I panni sporchi laviamoli insieme”. Questa volta però nel cuore della comunità.

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Un luogo dove si annullano i confini e si mettono al centro le buone pratiche

Salernitana di origine, ma torinese di adozione, Maria Gigantino ha 30 anni e lavora alla Cooperativa Sociale Giuliano Accomazzi. Con una laurea magistrale specifica nell’ambito, programma e gestisce i servizi educativi della sua cooperativa. Siccome è una “tipa curiosa”, come si definisce lei, è alle prese da maggio con una nuova sfida, quella del piano integrato urbano della Città Metropolitana di Torino. In particolare, si sta concentrando sulle biblioteche di quartiere che tra tre anni, anche grazie ai fondi del Pnrr, diventeranno dei veri e propri hub di servizi e socialità per il territorio, dei “luoghi dello stare”.

“Come cooperativa – spiega Maria – ci occupiamo di accompagnare il cambiamento, di raccogliere i bisogni, della mediazione territoriale. Un progetto davvero interessante”. Sul SEOC, Social Enterprise Open Camp organizzato dal nostro Consorzio insieme a Opes-Lcef, Maria non ha dubbi: “È una esperienza fantastica. Si annullano i confini e si mettono al centro le buone pratiche. In quei quattro giorni tutti concorrono allo sviluppo della cooperazione”. Due ricordi in particolare dell’edizione 2022, vissuta con altri due colleghi: la plenaria di Giovanni Teneggi di Confcooperative Reggio Emilia (“Ha rappresento la cooperazione in modo fantastico e ci siamo tutti riconosciuti”) e il workshop sulla piattaforma welfareX. “La nostra cooperativa l’ha adottata e ha formato un welfare manager – racconta Maria – ma io non occupandomene direttamente non ne sapevo molto. Al SEOC ho avuto modo di conoscere a pieno welfareX e di approfondire contenuti e spunti da riportare nel lavoro in cooperativa”.

Al Seoc di quest’anno Maria ci sarà insieme ad alcuni colleghi da poco entrati alla Accomazzi. “Sarà anche un’occasione per fare team building con i nuovi arrivati”, commenta. “Anche quest’anno – conclude Maria – sono sicura che tornerò a casa col bagaglio pieno di conoscenze e competenze. Frutto anche del confronto tra cooperanti giovani e cooperanti più esperti che, al SEOC, avviene attraverso un approccio fresco e innovativo”. Un suggerimento per migliorare ancora l’esperienza? “Valorizzare di più i momenti informali perché anche quelli sono occasioni straordinarie di relazioni e di confronto”. 

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Il primo lido inclusivo in Basilicata: “Vediamo la gioia di persone che per la prima volta mettono i piedi nel mare”

C’è Paola, una lunga esperienza nel settore turistico, che si occupa di coordinare il team e la struttura. C’è Enrico, giovane Oss, che aiuta i clienti a scendere in spiaggia con gli appositi ausili e, se serve, dà loro supporto per entrare in acqua. C’è Costanzo, studente di Giurisprudenza all’università, protagonista di un progetto di inserimento lavorativo per persone fragili, che si dedica all’accoglienza, accompagnato dalla sua tutor Arianna. Siamo a Metaponto, frazione di Bernarda, in provincia di Matera, al lido Il sogno del Capitano, il primo stabilimento accessibile, inclusivo e sostenibile della Basilicata, inaugurato a fine agosto e gestito dal Consorzio La Città Essenziale. È nato dall’idea di Gaetano Fuso, detto il Capitano, poliziotto in servizio a Matera malato di SLA e scomparso nel 2020.


Nonostante l’apertura a stagione estiva quasi ultimata, Il Sogno del Capitano ha attirato l’attenzione di molti e ha già accolto i primi clienti. Tutti entusiasti. “Anche se abbiamo aperto a ferie quasi finite – il commento di Paola Scasciamacchia, la coordinatrice del lido – abbiamo avuto un ritorno importante. In queste settimane sono venute a trovarci persone per la maggior parte della zona. Per tutte loro e per le loro famiglie, trascorrere in totale serenità e con tutti i servizi dedicati, un giorno al mare, è stato un grande regalo. Alcuni ci dicono che è come fare una vacanza ai Caraibi e la soddisfazione dei nostri clienti è il nostro obiettivo”.

Ho visto persone che per la prima volta mettevano i piedi nell’acqua – racconta l’Oss Enrico Pietrafesa – E una signora, commentando al telefono il nostro lido, ho sentito che diceva: ‘Qui ti stanchi solo se ti vuoi stancare’. Ecco questa frase rappresenta bene ciò che facciamo per tutti, persone con e senza disabilità”. 

Al lido che è aperto tutti i giorni dalle 8 alle 19, oltre alle “postazioni mare” accessibili, prenotabili anche tramite l’app spiagge.it, ci sono ausili specifici per ogni disabilità, servizi igienici, cabine e docce attrezzate, un bar caffetteria e spazi per l’animazione. Nella nuova struttura, costruita con materiali a basso impatto ambientale, lavorano più di dieci unità a turno. Anche il team del Sogno del Capitano è inclusivo: nello staff sono stati formati e inseriti alcuni operatori, come Costanzo, che hanno delle fragilità o vulnerabilità. “Ho un genitore in carrozzina – racconta il tirocinante Costanzo – e il progetto del lido inclusivo mi ha davvero colpito. Per questo ho accettato la proposta della Cooperativa di fare qui uno stage. Mi sto trovando molto bene e sto imparando molto. Il lido fa bene anche a me: sentirmi parte di questa bella esperienza mi dà entusiasmo e soddisfazione”. 

“Siamo riusciti a costruire una bella squadra – commenta Paola – Siamo molto uniti e collaboriamo affinché tutto funzioni al meglio. Ho trovato ragazzi che hanno grande cuore e grande impegno”.

Al Sogno del Capitano la stagione è quasi finita, ma lo sguardo è già alla prossima. “Stiamo già prendendo le prenotazioni per l’estate 2024 – conclude Paola – Sicuramente avremo più ospiti e, oltre al bar, un ristorante sul mare. Questo lido insegna a tutti a cambiare punto di vista e speriamo che sia d’esempio per altre strutture turistiche e ricettive del nostro territorio. Noi lavoreremo anche per questo: rendere l’intera vacanza nella nostra terra accessibile a tutti”. 

Il lido Il Sogno del Capitano è stato realizzato all’interno del progetto “Open Basilicata – Il Turismo per tutti” con l’obiettivo di promuovere in Basilicata un turismo inclusivo. Hanno collaborato il Comune di Bernalda, il Consorzio La Città Essenziale e i partner dell’ATS – Cooperativa Oltre L’Arte, Cooperativa Prato Verde, Anfass Policoro, 2HE , TiEmmeA APS, Ente Nazionale Sordi.

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Eventi persone

Un incontro di esperienze e storie incredibile!

Luca Simmi, ha 28 anni. Laureato in Scienze dell’educazione, è educatore della Cooperativa Nazareth di Cremona. Si occupa di adolescenza e di percorsi di educazione in outdoor. “Ho scelto di lavorare nel mondo della cooperazione – dice – perché le opportunità occupazionali per la mia professione sono per la maggior parte lì e perché l’aspetto comunitario è stimolante per me, in termini di servizi e anche in termini di ambiente di lavoro”. L’anno scorso, per la prima volta, è stato con quattro colleghe della sua cooperativa, al Social Enterprise Open Camp a Bari-Matera. “Non sapevo cosa aspettarmi all’inizio – commenta Luca – Si è rivelata un’esperienza davvero valida. Non solo ho capito di più sul mondo della cooperazione, ma è stata una straordinaria occasione per fare rete. Ho trovato un sacco di giovani provenienti da tutto il mondo con un sacco di idee, pronti a metterle davvero in gioco. Una contaminazione incredibile”.
Dell’esperienza a Bari-Matera, due ricordi in particolare: il discorso di Giovanni Teneggi, direttore di Confcooperative di Reggio Emilia (“Ha messo in luce il senso della cooperazione e la sua prospettiva, me lo porto dentro quell’intervento”) e il gruppo di lavoro per il caso studio su Needsmap, cooperativa sociale turca fondata nel 2015 che attraverso una piattaforma utilizzata da oltre 110mila persone, 350 ONG e 70 organizzazioni mette in contatto persone in difficoltà con individui, istituzioni e realtà che vogliono dare il loro sostegno. “Mi sono trovato in un gruppo con giovani cooperatori spagnoli, tedeschi, lussemburghesi, inglesi, nigeriani – racconta Luca – Ci siamo confrontati in inglese sui possibili sviluppi nel mercato italiano della piattaforma turca. Alla fine, la nostra idea è stata premiata perché Needsmap si è guadagnata lo speech finale. È stato bello vedere come tutti i componenti del gruppo erano disposti a dare una mano”. Con la guida di alcuni leader ‘senior’. “Il SEOC è bello perché ci sono tanti giovani – continua Luca – Contenuti e idee escono proprio dal confronto tra giovani. Poi, ed è fondamentale, ci sono persone più esperte che fanno da facilitatori rispetto soprattutto alla messa a terra di queste idee”.
Quest’anno Luca, lavoro permettendo, parteciperà al Seoc a Todi (Perugia) sul capitale umano. “Anche questa volta sono sicuro che tornerò carico di idee, occasioni e relazioni da mettere in campo poi una volta rientrato a casa”, conclude.