Outdoor radicale

di Flaviano Zandonai

Photo by Anna Samoylova on Unsplash

Uno spazio (e a volte anche un tempo) residuale. Buono al massimo per prendersi una pausa e poi rientrare tra le mura del servizio. Nell’officina delle prestazioni. È una rappresentazione volutamente esagerata, ma che contiene un pezzo di verità.

In molti servizi di welfare l’esterno è proprio tale: un ambiente separato e distante rispetto al centro di erogazione vero e proprio che a volte è anche meno curato dal punto di vista dell’organizzazione delle attività e degli allestimenti materiali. Ma è forse questa posizione periferica che ha consentito, soprattutto negli ultimi anni, di sfruttare meglio i maggiori gradi di libertà progettuale e creativa della dimensione outdoor rispetto invece a un perimetro interno sempre più strutturato in termini di procedure, mansioni, controlli, ecc. tanto da diventare soffocante per qualsiasi innovazione, anche incrementale.

C’è poi un altro aspetto da considerare: la “zona cuscinetto” che si colloca tra il perimetro dell’erogazione e il contesto può rappresentare un punto di contatto più poroso rispetto a una pluralità di condizioni ambientali (intese in senso lato, sia sociali che naturali). Certo più complicate da gestire – dalla variabilità del tempo meteorologico alla mutevolezza dei processi sociali – ma anche più ricche di stimoli e di opportunità, soprattutto se si tratta di educare persone e comunità, cioè “tirar fuori” competenze, capacità, aspirazioni. Non è quindi un caso che sia proprio il settore educativo a essere particolarmente attratto dalla dimensione outdoor. Basti pensare, oltre ai servizi per l’infanzia, al crescente successo della formazione per gli adulti in particolare se si tratta di leadership e team building.

La maggior concentrazione di risorse e la minor capacità di controllo hanno quindi creato in ambito outdoor condizioni di generatività che sono alla base di approcci più radicali al welfare, dove la rottura dei modelli affermati diventa un obiettivo esplicito che richiede non solo di elaborare nuove pratiche ma anche nuove culture dei servizi. L’ambiente non è più un fuori marginale e secondario, ma sempre più la dimensione core di nuove progettualità e, in senso lato, di nuovi stili di vita e modelli di protezione sociale che possono dar vita anche nuove soggettività.

Certo in questa (relativamente) nuova concezione spaziale crescono anche le ambivalenze rispetto agli esiti in termini d’impatto sui comportamenti sociali, le soluzioni gestionali e i modelli di policy. Ma è probabilmente un rischio da correre in una fase in cui l’outdoor può rappresentare non solo la via di fuga dal distanziamento sociale negli spazi chiusi a seguito della pandemia. In ballo c’è l’opportunità di elaborare e condividere nuovi modelli di servizio che possono scaturire da strategie di apprendimento reciproco tra servizi residenziali, domiciliari e diurni oggi alle prese con la necessità di allargare il loro margine d’azione e servizi che invece trovano nella dimensione “territoriale” (spesso accompagnata a quella di animazione) la loro componente nativa.