Emergenza sanitaria e post covid: il ruolo dell’impresa sociale

Il contributo di Giuseppe Bruno, Presidente Gruppo Cooperativo CGM, al libro di Giovanni Volpe “Nuovo Rinascimento – Imprese e società nell’era post covid-19”, edito da Edizioni ESTE

Il ruolo delle imprese sociali e di tutto il terzo settore è stato fondamentale durante l’emergenza sanitaria e nelle fasi di ripresa. Molte organizzazioni (cooperative sociali, RSA, ecc.) hanno pagato in prima persona le conseguenze della pandemia. Come ha risposto il settore sociale di fronte ad un avvenimento così inaspettato e virulento? 

L’emergenza, e tutto ciò che ha travolto noi come cittadini, comunità e sistema Paese, è stato improvviso e al tempo stesso ha richiesto uno sforzo enorme a tutti i livelli.

Le cooperative sociali, che operavano in modo continuativo al fianco delle persone, si sono trovate a fronteggiare il blocco totale, con il dilemma etico e deontologico di dover garantire alcuni servizi indispensabili e non differibili, in primo luogo le assistenze domiciliari: si pensi alle disabilità, al sostegno educativo di famiglie vulnerabili o agli anziani non autosufficienti.

Nel caso delle RSA e delle case di riposo, al di là della cronaca e degli episodi che ci hanno restituito un quadro più critico, le imprese sociali operanti in questi contesti hanno saputo preservare le persone assistite e i servizi erogati; lo hanno fatto chiudendo da subito gli accessi e quindi consentendo una messa in sicurezza delle persone all’interno delle strutture.

Questo l’abbiamo avvertito strada facendo, quanto più la curva dei contagi tendeva a crescere. Le imprese sociali hanno reagito con immediatezza, dimostrando la capacità di reazione che da sempre le cooperative dimostrano di avere nelle risposte ai bisogni, in questo caso in occasione di un’emergenza.

Quale contributo può dare il terzo settore alla società ed al sistema socio economico più in generale, nelle fasi successive all’emergenza sanitaria?

Il contributo del Terzo Settore, della cooperazione e dell’impresa sociale è costante e quotidiano. Lo è ancora più in questa fase in cui si mettono in discussione i paradigmi economici verso un nuovo sistema in cui ci sia maggior attenzione e spazio per gli aspetti sociali.

Per fare ciò non si può prescindere dalla presenza del Terzo Settore, che non solo è radicato nella nostra società ma è anche il collante delle nostre comunità, ciò che davvero contribuisce alla coesione sociale tanto perseguita.

Il Terzo Settore, la cooperazione e l’impresa sociale sono dentro le comunità, operano a stretto contatto con i cittadini, per cui non rispondono solo ad un bisogno, che viene letto e coerentemente trasformato in risposta, ma creano le condizioni per la continuità della tenuta sociale.

È reale il timore, tuttavia, che l’uscita dallo stato emergenziale sarà lenta e quello che stiamo facendo oggi avrà impatti misurabili nel lungo termine, con il rischio che gli sforzi di oggi non bastino a contenere paure e disagi. Questo diventa più preoccupante se pensiamo che la fascia di povertà delle persone che sono già in difficoltà aumenterà.

Allora già adesso dobbiamo immaginare quali potranno essere gli strumenti a disposizione per far sì che ciò non accada.

Va bene la volontà del Governo di organizzare gli Stati Generali con il coinvolgimento delle parti sociali, purché il confronto sia il più possibile costruttivo e vocato al pragmatismo, evidenziando strumenti operativi e misure di concertazione concrete. Al contrario, in congiunture difficili come questa, il rischio è quello di avere grandi opere di design socioeconomico che, più che piani di sviluppo realizzabili, esprimono meri esercizi di stile.

Se l’obiettivo è garantire la salute pubblica preservando anche i servizi essenziali e la qualità di vita delle comunità, un maggiore coinvolgimento della cooperazione sociale favorirebbe una discussione su temi e istanze che dovranno poi essere attuati, facendo convergere soluzioni e competenze di chi li deve mettere in pratica.

La cooperazione e l’impresa sociale quali valori possono offrire al sistema economico ed alla società più in generale?

Le imprese sociali, per loro stessa natura, hanno in sé una dimensione di partecipazione e condivisione di fattori che attengono allo sviluppo sociale ed economico dei territori e delle comunità.

È auspicabile, e a mio avviso praticabile, la replicabilità del modello cooperativistico partecipato in diversi settori dello scenario socioeconomico del Paese, e nella collettività in generale.

Non mi conforta l’atteggiamento delegante di chi confida nelle risorse devolute dal Governo tout court, significa ricadere nel torpore dell’assistenzialismo. Quello che diventa fondamentale è percorrere quel dialogo tra pubblico e privato di cui molto si parla, farlo diventare strutturale, cosa che già avviene nel Terzo Settore, con le imprese sociali attive protagoniste di coprogettazioni estese con partnership multidisciplinari. La ricaduta positiva di questo impegno nei territori è sotto gli occhi di tutti.

Quando una cooperativa lavora in convenzione con il pubblico utilizza risorse pubbliche ma quando si rivolge alla domanda privata, l’impresa sociale si muove come azienda che assume su di sé il rischio d’impresa. Un giusto equilibrio tra natura sociale e rischio imprenditoriale è la dimensione da ricercare, a nostro avviso, per lo sviluppo economico e sociale del prossimo futuro.

Mettere in co-programmazione e co-progettazione il pubblico con il privato e la Pubblica Amministrazione a livello locale, ma non solo. Il nostro mondo si caratterizza per un’alta vocazione innovativa, anche grazie all’atteggiamento di visione che ci consente di diversificare e migliorare prodotti e servizi in ambiti diversi dal sociale. Alcuni esempi: progetti di housing sociale, di rigenerazione urbana, di agricoltura sociale e di sostenibilità ambientale (soprattutto nel settore delle energie) che diventano anche piattaforme solidali con impatti misurabili.

Altrettanto utile è il fundraising, se percorso in modo strategico e partecipato nel territorio: molte fondazioni stanno facendo questa scelta, diverse imprese profit si stanno muovendo in questa direzione; qui si tratta di lavorare insieme per processi di sviluppo “situati” e radicati.

Il punto è il come, ovvero l’utilizzo che si fa degli strumenti e delle opportunità di sviluppo perché si realizzino condizioni di cresciti win-win e il beneficio prodotto sia per tutti. L’impresa sociale investe risorse economiche per creare e potenziare i servizi rivolti alla comunità, il che equivale a redistribuire ricchezza sociale alla collettività sotto forma di risposte ai suoi bisogni.

Quanto può contare la tecnologia nell’organizzazione futura delle imprese sociali e nel terzo settore più in generale?

L’utilizzo della tecnologia e del digitale ha avuto negli ultimi mesi un’accelerazione enorme.

Ma è altrettanto vero che l’impiego degli strumenti digitali non è garanzia di una gestione ottimale dei bisogni personali e familiari: pensiamo allo smart working, entrato nelle vite personali e delle organizzazioni in modo dirompente, e dato per scontato insieme alla disponibilità di device aggiornati, di competenze adeguati, e della capacità di conciliare il ménage familiare con gli impegni di lavoro.

Per integrare nelle organizzazioni forme di lavoro agile funzionali, quindi, dobbiamo immaginare di abbinarle ad un sistema di servizi conciliativi altrettanto “smart”, in modo da agevolare sia il lavoratore che l’azienda

Il Gruppo CGM ha avviato da tempo un uso di valore degli strumenti digitali e delle piattaforme di connessione, con la creazione prima di cgmwelfare, sistema accessibile e diffuso di welfare aziendale, poi di un’infrastruttura virtuale di welfare territoriale che, in tempi di pandemia, ha potuto fornire risposte tempestive e “sartoriali” ai bisogni essenziali inevasi a causa del lockdown. Non abbiamo fatto altro che mettere a disposizione i servizi attraverso la piattaforma digitale, ponendo al centro la relazione tra le cooperative, già identificata e riconosciuta nei territori, e i cittadini. Si valorizza così anche il lavoro di affiancamento e dialogo con l’ente pubblico che le nostre associate praticano nel quotidiano, oggi con ancora maggiore trasparenza e affidabilità.

Sono nate così sperimentazioni innovative di governance dei servizi a Biella, Matera, Napoli, Salerno, Milano, Torino, Bari, con circa 10 milioni di cittadini che oggi possono accedere direttamente ai servizi disponibili nel loro Comune.

Soluzioni e strumenti per la coesione e la crescita sociale in grado di tradurre le richieste in attività e che, attraverso la tecnologia, migliorano la fruibilità dei servizi erogati. Sollecitate dall’emergenza, le politiche di settore hanno ora iniziato a percorrere.

Il welfare si rivolge sia ai cittadini in modo diretto che alle Amministrazioni locali. Abbiamo potuto saggiare quindi anche l’interesse dell’Ente Pubblico all’erogazione di servizi di pubblica utilità attraverso la nostra piattaforma. Un caso, il primo, è il Comune di Tradate (in provincia di Varese), che ha da subito aderito al progetto con la piattaforma digitale “Tradate welfare”: il cittadino in questo modo accede al cruscotto di servizi censiti e di fruirne attraverso un borsellino individuale abbinato alla piattaforma.

E’ una evoluzione che valorizza la dimensione dinamica tra territoriale e sociale, tra la cooperativa che eroga i servizi, la comunità che fruisce e l’Amministrazione Pubblica che promuove e mette a disposizione gli strumenti. Quella che noi definiamo tridimensionalità relazionale, ormai inderogabile in sistemi di sviluppo e di governance che vogliano avere un impatto durevole e sostenibile.

C’è poi un’ultima considerazione personale. A mio avviso la crisi sanitaria ha fatto emergere un valore ulteriore dell’interazione mediata dalla tecnologia, nella misura in cui ci ha aiutato ad ascoltarci di più. Comunicare a distanza, affidarsi agli strumenti virtuali, impone il rispetto dei tempi, l’attenzione reciproca e una maggiore concentrazione sul volto e sulla mimica, facendoci stare nell’ascolto attivo e nei contenuti più del confronto vis a vis che, pure irrinunciabile, spesso crea distorsioni di senso e sovrapposizioni dovute alla sbrigatività.

Quali sono le opportunità che la crisi sta offrendo?

Mi auguro innanzitutto che si faccia tesoro dei cambiamenti positivi imposti dalla crisi e che le azioni di rilancio siano improntate a principi di sostenibilità e inclusione, conciliando la primaria necessità di contrastare l’epidemia ed eventuali ricadute, che potrebbero essere ben più gravi per il sistema Paese.

Va detto che in questa fase abbiamo una serie di elementi da prendere in considerazione: uno, lo dicevamo prima, legato all’utilizzo della tecnologia e alla digitalizzazione come veicolo di sviluppo ma anche viatico per la sburocratizzazione dei processi di governance; l’altro riguarda la necessità di cambiare passo, di intraprendere reali strategie di svolta.

Se ne fa un gran parlare, ma puntualmente accade l’esatto contrario. Persino nella definizione delle linee guida per il riavvio dei servizi all’infanzia, già colpevolmente trascurati durante tutto il lockdown e anche nella successiva ripresa, piuttosto che andare verso uno snellimento procedurale, i protocolli si sono rivelati oltremodo complessi, come nel caso dei centri estivi.

Non necessariamente si deve pensare ad azioni forti o dirompenti, trovo più efficace puntare su una maggiore, effettiva sussidiarietà orizzontale e cooperativistica, soprattutto se si persegue l’impatto sociale degli obiettivi di sviluppo. Una maggiore possibilità di ascolto ed una maggiore condivisione di tali obiettivi, con i soggetti che attivamente vi lavorano, consentirebbe di programmare bene e per tempo l’utilizzo delle risorse ampiamente disponibili.

Quale ruolo hanno oggi le associazioni datoriali per il rilancio del sistema Italia?

Il ruolo è centrale. I corpi intermedi sono i soggetti che possono fare sintesi in un rinnovato spirito di collaborazione da un lato con le comunità e gli attori economici, dall’altro con i policy maker.

Le associazioni sono avvezze a raccogliere le istanze direttamente sul campo, il che equivale a concertare e mediare i bisogni, per poi tradurli in proposte di soluzioni tailor made. Lo dico nella mia doppia veste di imprenditore e di rappresentante regionale di Confcooperative Basilicata. Ciò deriva dall’assunzione di responsabilità degli imprenditori che le vivono dall’interno e che devono rappresentare le istanze di tutti, portarle a sintesi, invece che sovrapporre voci e opinioni facendo solo confusione.

Oggi più che mai, quindi, ritengo che il valore delle organizzazioni datoriali sia fondamentale nel dialogo con le istituzioni, fra le stesse organizzazioni datoriali e sindacali e nella ricerca di strategie programmatiche di senso per il bene del Paese.

L’intervista è tratta dal libro di Giovanni Volpe “Nuovo Rinascimento – Imprese e società nell’era post covid-19”, edito da Edizioni ESTE, pagina 117. Il libro in versione integrale qui https://www.este.it/editoria/libri/view/95:nuovo-rinascimento.html